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Blog›Cantiere e produttività

Digitalizzazione imprese edili: il vero motivo del ritardo

– Banca d'Italia ha pubblicato l'8 settembre 2026 un'indagine su 5.000 microimprese: le costruzioni sono settime su dieci settori per uso di strumenti digitali. – Tra le microimprese l'intelligenza artificiale è al 5%, l'interconnessione dei processi al 4%. Il cloud arriva al 44%, ma spesso è solo la posta elettronica. – Il motivo del ritardo non è il prezzo dei programmi: i fondi di Transizione 5.0 restano lì, usati solo dall'8,3% delle PMI nel primo semestre. – Il dato che spiega tutto: chi capisce meglio i propri conti digitalizza di più. La correlazione è nell'indagine, e cambia il senso del problema. – Con la fine dei bonus la partita si sposta sulla produttività, e le gare che chiedono il digitale sono cresciute dell'80,7% in un anno.

Scritto da
Team Pillar
Team PillarRedazione Pillar
Pubblicato
23 settembre 2026
Tempo di lettura
4 minuti
Digitalizzazione imprese edili: il vero motivo del ritardo

Non è il costo dei programmi: Banca d'Italia ha capito perché le imprese edili restano indietro

Ogni volta che si parla di digitalizzazione in edilizia la conversazione finisce allo stesso modo. Costa troppo, non abbiamo tempo, i miei non lo userebbero mai, noi lavoriamo bene così.

L'8 settembre la Banca d'Italia ha pubblicato la seconda indagine sull'alfabetizzazione finanziaria e le competenze digitali delle piccole imprese, su un campione di 5.000 microimprese fino a nove addetti in dieci settori. Dentro c'è la fotografia del settore, ed è quella che ti aspetti. Ma c'è anche un dato che nessuno stava cercando, e che spiega la faccenda molto meglio di tutte le spiegazioni che ci siamo dati finora.

La fotografia: settimi su dieci

Le costruzioni sono al settimo posto su dieci settori per impiego di strumenti digitali. Davanti stanno servizi informatici, attività professionali e manifatturiero.

TecnologiaMicroimprese che la usano
Cloud44%
Robotica6%
Intelligenza artificiale5%
Interconnessione dei processi4%

Quel 44% di cloud va letto bene, perché è il numero che fa sembrare la situazione migliore di com'è: nella maggior parte dei casi significa la casella di posta o la fattura elettronica finita online, non un modo diverso di lavorare.

Il 4% sull'interconnessione dei processi è il numero vero. Vuol dire che su cento imprese, novantasei hanno i dati in posti che non si parlano tra loro: le ore da una parte, le fatture dall'altra, i documenti di cantiere da una terza.

Il colpevole sbagliato

La spiegazione comoda è che manchino i soldi. I dati dicono il contrario.

Il piano Transizione 5.0 finanzia proprio questo tipo di investimenti, e nel primo semestre 2026 lo ha usato l'8,3% delle PMI industriali secondo una rilevazione Confapi su 2.000 imprese. Sono fondi disponibili che rischiano di tornare indietro non spesi. Non è un problema di prezzo: è che quei soldi nessuno li va a prendere.

Il dato che cambia il discorso

Ed eccolo, il passaggio dell'indagine che merita l'articolo intero.

Banca d'Italia ha trovato che la propensione ad adottare tecnologie digitali è correlata alla comprensione dei concetti economici e finanziari. Detta in italiano: le imprese che capiscono meglio come funziona la propria gestione sono anche quelle che digitalizzano di più.

Fermati un attimo su questa frase, perché rovescia tutto quello che si racconta di solito.

Non è che le imprese digitalizzate capiscono meglio i conti perché hanno gli strumenti. È il contrario: chi già capisce i propri conti riconosce dove un programma gli farebbe risparmiare, e quindi lo compra. Chi non li capisce non riesce nemmeno a formulare il problema, e quindi valuta la spesa come un costo puro, senza nulla dall'altra parte della bilancia.

È per questo che le presentazioni dei fornitori non convincono quasi mai. Mostrano funzioni a qualcuno che non ha in testa il numero che quelle funzioni dovrebbero migliorare. La domanda non è "questo programma cosa fa", è "quanto mi sta costando adesso non saperlo".

Perché adesso pesa più di prima

Il ritardo si poteva reggere finché il mercato tirava da solo. Con la fine del PNRR e dei bonus quella stagione è chiusa, e il CRESME descrive una fase in cui a fare la differenza non è più il volume di incentivi disponibili ma la produttività.

Nel frattempo la domanda si sta muovendo. Le gare per servizi con requisiti digitali sono cresciute nel 2025 dell'80,7% in numero e del 151,1% in valore, superando il miliardo e mezzo di euro secondo i dati OICE. Oggi riguardano soprattutto la progettazione e le opere sopra soglia, ma quella richiesta storicamente scende lungo la filiera: dai grandi committenti ai fornitori, e da questi ai subappaltatori.

La domanda non è se arriverà anche in fondo. È quanto tempo resta.

Da dove si parte davvero

Qui la conclusione più utile dell'indagine, ed è controintuitiva: non si parte dal BIM.

Il BIM lo governano committenza e progettisti, sta a monte, e per un'impresa che esegue è una conseguenza, non un punto di partenza. Se il freno è la comprensione dei propri numeri, il primo passo è esattamente quello: sapere quanto costa un cantiere mentre è aperto.

Tre cose, in ordine, e nessuna richiede un investimento importante.

Da dove partireCosa vuol dire in praticaA cosa serve
1. I costi della commessa in un posto soloOre, materiali, subappalti e noli registrati mentre il cantiere gira, non a lavori finitiSapere se stai guadagnando quando puoi ancora correggere
2. Lo scostamento tra preventivo e consuntivoUn numero solo per ogni cantiere chiuso: di quanto hai sforatoSe sfori sempre della stessa percentuale, il problema è come costruisci i prezzi
3. I documenti di cantiere ritrovabiliBolle, rapportini, comunicazioni, tutti nello stesso posto e collegati alla commessaServono il giorno in cui qualcuno contesta un lavoro o un importo

Sono tre cose noiose. Sono anche quelle che, secondo l'indagine, distinguono le imprese che poi investono da quelle che restano ferme.

Se vuoi una fotografia rapida di dove sei, il check gratuito sullo stato di digitalizzazione te la dà in pochi minuti. Serve a capire quali pezzi hai già e quali mancano, prima di comprare qualsiasi cosa.


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Domande frequenti

Quanto sono digitalizzate le imprese di costruzioni in Italia?

Poco rispetto ad altri comparti. Secondo l'indagine Banca d'Italia pubblicata a settembre 2026 su 5.000 microimprese, le costruzioni sono settime su dieci settori per impiego di strumenti digitali. Tra le microimprese il cloud è al 44%, la robotica al 6%, l'intelligenza artificiale al 5% e l'interconnessione dei processi al 4%.

Perché le piccole imprese edili non si digitalizzano?

Il freno principale non è economico. L'indagine Banca d'Italia rileva che la propensione ad adottare tecnologie digitali è correlata alla comprensione dei concetti economici e finanziari: le imprese che conoscono meglio la propria gestione investono di più. Chi non ha chiaro dove perde margine non riesce a valutare il ritorno di un investimento in tecnologia.

Quali incentivi esistono per digitalizzare un'impresa edile?

Il piano Transizione 5.0 finanzia investimenti che uniscono digitalizzazione e risparmio energetico, ma resta largamente sottoutilizzato: nel primo semestre 2026 vi ha fatto ricorso l'8,3% delle PMI industriali secondo Confapi. Esistono inoltre reti di accompagnamento dedicate alle imprese, tra cui gli European Digital Innovation Hub.

Un'impresa edile deve per forza usare il BIM?

Non come primo passo. Il BIM è governato dalla committenza e dai progettisti e oggi riguarda soprattutto gli appalti pubblici sopra soglia. Per un'impresa esecutrice conviene partire dalla gestione digitale di costi, documenti e avanzamento dei cantieri: è la base su cui, quando la richiesta arriva, il BIM si innesta senza traumi.

Il digitale serve davvero a chi lavora solo su cantieri privati?

Su quei cantieri oggi nessuno chiede modelli o ambienti condivisi. È però la fascia più esposta alla concorrenza sul prezzo, quella in cui i margini si assottigliano per primi: conoscere il costo reale di ogni commessa è ciò che permette di difendere il prezzo invece di rincorrerlo.

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